Tornano a crescere domanda e occupazione dei profili manageriali: i nuovi trend del mercato del lavoro italiano

L’occupazione torna a crescere in Italia e i vari indici che descrivono l’evoluzione del mercato del lavoro mostrano una generale stabilizzazione della situazione: le rilevazioni Istat indicano un tasso di disoccupazione che si attesta attorno all’11,2% (il valore più basso registrato dal 2012), a cui si aggiungono tuttavia sia l’aumento degli occupati (246mila i nuovi contratti di lavoro registrati tra ottobre 2015 e ottobre 2016), che delle persone attivamente in cerca di un impiego.

Una positiva inversione di tendenza, legata a filo diretto con la ripresa dell’economia, si registra anche analizzando lo stato dell’arte di un profilo professionale molto specifico, quello dei manager d’impresa. Secondo i dati di Federmanager, tra le più importanti associazioni nazionali di categoria, tra il 2011 ed il 2015, il numero dei dirigenti italiani ha subito una netta flessione, specie nel settore industriale, dove – parallelamente al fallimento e alla chiusura di molte realtà produttive – il calo delle figure manageriali si è attestato attorno al 10,6%.

Ad ottobre, era sempre Federmanager ad annunciare i dati ufficiali che, finalmente, indicavano una decisa inversione di tendenza anche in questo particolare settore professionale: nel 2016, non solo l’emorragia degli alti profili dirigenziali si è arrestata, ma il numero degli occupati è tornato a crescere, segnando un positivo +1%.

Come sottolineato dal presidente di Federmanager Stefano Cuzzilla, si tratta di un dato molto interessante: la crescita della domanda di figure manageriali dimostra che quella ripresa testimoniata dall’aumento del PIL si sta finalmente traducendo in un ritorno della fiducia delle imprese, sempre più inclini ad investire in nuovi piani industriali e nell’arricchimento del loro capitale umano.

Di pari passo con l’aumento della domanda di professionisti in possesso di competenze e profili di alto livello aumenta anche l’offerta formativa di università e Business School che propongono percorsi di specializzazione studiati appositamente per creare un ponte tra mondo dell’istruzione e del lavoro.

Nelle recenti annate, seguendo le orme di un modello sempre più apprezzato negli Stati Uniti, anche in Europa e in Italia sono stati attivati molti corsi di master erogati attraverso gli strumenti dell’e-learning, una formula che riscuote un successo sempre maggiore, in virtù della sua flessibilità ma anche delle garanzie di qualità offerte dalle certificazioni e dai riconoscimenti che vengono attribuiti ai migliori programmi di insegnamento.

Oggi, anche i corsi dal taglio tradizionale, come i master in controllo di gestione che vantano decine di edizioni, affiancano ad una rodata impostazione delle lezioni, che vede l’alternarsi di teoria e analisi di casi pratici, lo studio approfondito dei software e degli strumenti informatici divenuti fondamentali per la contabilità analitica, la definizione degli obiettivi imprenditoriali, la verifica dei risultati conseguiti e dello scostamento rispetto a quelli prefissati.

L’importanza delle competenze digitali, d’altra parte, cresce in modo esponenziale in tutti i settori e, ovviamente, anche in quello delle consulenze manageriali e finanziarie.

Anzi, con l’avvento della Quarta rivoluzione industriale e della Digital transformation – ovvero del complesso di innovazioni tecnologiche e nuove logiche organizzative che stanno modificando il volto del settore produttivo e non solo – la richiesta di professionisti in possesso di un know-how tecnico operativo, ma anche gestionale, sta crescendo in modo esponenziale.

Secondo quanto emerso dal Deloitte Cfo Survey 2017, l’annuale sondaggio d’opinione rivolto dalla società di consulenza ai direttori finanziari di imprese sparse in tutto il mondo, ben il 43% degli intervistati italiani si è dichiarato preoccupato dal possibile avvento di nuovi competitor, forti di modelli d’impresa rivoluzionari, basati su strumenti tecnologici innovativi.

Il dato più interessante che emerge dall’indagine è però il seguente: nonostante buona parte dei professionisti interpellati si sia dichiarato consapevole delle potenzialità di tecnologie quali intelligenza artificiale, cloud computing e big data, il 45% (quindi, quasi 1 su 2) ha ammesso l’assenza di profili in possesso delle dovute skill all’interno dell’area finanziaria della propria azienda.

Emerge così sempre più forte l’esigenza di figure specialistiche, in grado di guidare il processo di trasformazione digitale all’interno delle PMI italiane, un cambio di paradigma che non si esaurisce con l’acquisizione di nuovi macchinari e metodi di produzione, ma che impone invece cambiamenti radicali a livello di governance.

Le cosiddette Imprese 4.0 – definizione che deriva dall’omonimo piano del Governo per il sostegno agli investimenti in tecnologie digitali – hanno quindi bisogno di manager 4.0 per guidare il complesso processo di revisione delle attività e dei modelli produttivi sulla base delle nuove possibilità offerte da strumenti informatici in costante evoluzione.

Le previsioni per il 2018 suggeriscono un ulteriore incremento della domanda di figure manageriali altamente formate: puntare su specializzazione, acquisizione di competenze digitali e formazione è senza dubbio la scelta più vantaggiosa tanto per le giovani leve che si affacciano al mondo del business management sia per i professionisti che desiderano mantenersi competitivi in un mercato alle prese con uno dei più importanti sconvolgimenti dell’economia mondiale degli ultimi decenni.

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