“Ognuno di noi sperimenta quotidianamente, in maniera più o meno intensa, che la sofferenza, perché abbia un minimo di senso, deve essere sempre e solo un passaggio verso la gioia piena
Questo è il messaggio assolutamente universale della Pasqua, quello che affascina e fa vibrare le corde del cuore di ogni essere umano. I credenti danno un volto di carne a questa “gioia piena”, e la chiamano Dio vivente, Signore delle Cime… Ma tutti – e per di più fragili peccatori – comprendiamo che si nasce, si vive, si soffre con un progetto da realizzare, con un senso a cui aspirare, con un passaggio da compiere verso una pienezza di bene, costi quel che costi. Altrimenti non ne varrebbe la pena.
La Pasqua ci ricorda che al buio segue sempre la luce e che la speranza può vincere tutte le difficoltà. Che non siamo soli ma legati l’uno all’altro da un filo invisibile che nessuno può spezzare.
Quali auguri di Buona Pasqua possono toccare il cuore a chi non crede?
Tutti nella vita abbiamo le nostre sofferenze, le nostre croci, fisiche, psicologiche, affettive, economiche. Penso agli ammalati, agli anziani specialmente se soli. Ai disoccupati, ai carcerati e anche a persone giovani che hanno avuto qualche disavventura e attraversano un momento di crisi. Il modo migliore di augurare loro Buona Pasqua è di volergli bene, interessarsi dei loro mali e dire che preghiamo per loro, Gesù risorto li aiuti a trovare la serenità e la gioia di vivere.
Il significato paradossale laico e religioso della Pasqua coincidono. L’uomo può “risorgere”, raggiungere la gioia e la pienezza di vita solo se esce da sé per abbassarsi ed andare incontro a chi soffre.
Se non che imparare il mestiere di vivere non è affatto banale perché bisogna avere l’umiltà di accettare questo paradosso e anche il fatto che non siamo noi a fare le regole, né possiamo cambiarle. Il vero problema dell’essere umano moderno è la mancanza di umiltà. La vera “inefficienza” del genere umano è che una parte enorme dell’umanità vive solo il lato oscuro della esistenza (povertà, guerre, odio, avidità) o contribuisce ad estenderlo senza gustare le bellezze del lato luminoso (splendore della natura, amore, solidarietà).
Abbiamo davanti spartiti bellissimi da scrivere, per sentieri faticosi, ma possibili.
Diceva Frère Roger, il fondatore della comunità di Taizé, un uomo di Dio, buono, credibile: “Basta un pugno di giovani per cambiare il corso della storia di una città, del mondo”.
In più occasioni ho capito che aveva ragione.
“Gli ideali, quando sono veri, smuovono davvero le montagne, diventano attraenti, fanno germogliare scelte di vita pure, normali che non conoscono l’impossibile.
È possibile vedere gli occhi di un bambino e il suo grande sogno senza spegnerlo.
È possibile per un uomo e una donna rimanere insieme per tutta la vita.
È possibile non rimpiangere i bei tempi e invecchiare senza mollare mai.
È possibile avere grandi responsabilità e servire.
È possibile cambiare vita se ho sbagliato.
È possibile cambiare il mondo nonostante la paura e gli errori.
È possibile sentire l’urlo di chi piange e il silenzio di chi implora.
È possibile cogliere una lacrima non ancora pianta o un dramma nascosto.
È possibile vedere il sole anche quando non c’è, le stelle non ancora spuntate.
È possibile non farsi fermare dalla paura. Nemmeno dal fango, perché dal fango può nascere e rinascere sempre un uomo”.
(Ernesto Olivero. Arsenale della Pace. Torino).
Nelle circostanze attuali, possiamo scegliere la fiducia. Siamo liberi di discernere, all’interno del nostro mondo, una luce che viene da altrove. Anche quando stiamo attraversando una prova, anche quando Dio sembra non rispondere al nostro grido, questa luce sta già sorgendo come la stella del mattino nei nostri cuori (2 Pietro 1,19).
Scegliere la fiducia. La preoccupazione è una reazione comprensibile. È addirittura salutare quando ci stimola a vedere e comprendere, senza ingenuità ma con lucidità, i pericoli che ci minacciano. Attenzione però a non cedere al fatalismo, al cinismo o alla paura, che rischiano di chiuderci in una spirale negativa.
Una lirica giovanile di Alda Merini, forse la sua prima, scritta probabilmente a 17 anni, inedito datata 2 dicembre 1948 esprime in modo meraviglioso l’anelito ad abbracciare il futuro.
Bisogna essere santi per esser anche poeti:
dal grembo caldo di ogni nostro gesto,
d’ogni nostra parola che sia sobria,
procederà la lirica perfetta
in modo necessario ed istintivo.
Noi ci perdiamo, a volte, ed affanniamo
per i vicoli ciechi del cervello,
sbriciolati in miriadi di esseri
senza vita durevole e completa;
noi ci perdiamo, a volte, nel peccato
della disconoscenza di noi stessi.
Ma con un gesto calmo della mano,
con un guardar “volutamente” buono,
noi ci possiamo sempre ricondurre
sulla strada maestra che lasciammo,
e nulla è più fecondo e più stupendo
di questo tempo di conciliazione.
(Alda Merini)
Per i credenti la relazione con Dio rappresenta una forza enorme che aiuta a camminare in questa direzione, con vie e percorsi che aiutano ad alimentare l’energia necessaria per percorrerla. Ma per credenti e non credenti la via è una sola ed è quella indicata dal paradosso della Pasqua.
Non avere paura, non fare paura, libera la paura“.





