“I numeri finali parlano da soli: su 399 iscritti, nelle assemblee congressuali del PD Fano hanno votato in 184. Di questi, 176 a favore dell’unica candidata, con 8 schede bianche o nulle.
Tradotto: meno della metà degli iscritti ha partecipato e la candidata viene eletta con il consenso del 44% del totale degli iscritti, mentre il 56% non l’ha sostenuta o non ha partecipato.
Un risultato che dice due cose molto semplici: questo congresso nasceva e resta divisivo e, soprattutto, non ha rafforzato il partito, ma lo ha consumato per logiche personalistiche.
Dopo due sconfitte elettorali pesanti, alle comunali e alle regionali, il problema del PD non era, infatti, la conta interna tra gli iscritti, ma la capacità di recuperare credibilità, fiducia e consenso tra gli elettori e nella città. Invece si è scelta un’altra strada, segnata da ambizioni e rivincite personali.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una partecipazione bassa, una mozione votata da pochi, coordinatori di circolo eletti con una manciata di voti. Solo due circoli superano il 50% di affluenza: Sant’Orso, il circolo di Minardi, e Metaurilia/Pontesasso.
Qualcuno dirà che “l’operazione è riuscita”. Però viene da rispondere: sì, ma il paziente è morto! E allora la domanda è inevitabile: ne valeva la pena? Perché il PD fanese oggi ne esce sfibrato, ancora più diviso e meno credibile, quindi meno riconosciuto agli occhi degli alleati e ancor meno tra gli elettori e nella città. Viene quasi da dire che volevano il giocattolo e gli si è rotto tra le mani.
Per questo rivendichiamo con ancora più convinzione la scelta di non partecipare: non per sottrarci al confronto, ma per non legittimare un percorso che fin dall’inizio abbiamo ritenuto sbagliato, a prescindere dall’esito finale, perché anche vincere in queste condizioni divisive non avrebbe fatto bene al rilancio del PD fanese e al bene della nostra comunità.
Perché se è vero, come ha detto qualcuno, che “i congressi non si vincono a tavolino”, è altrettanto vero che esperienza, senso di responsabilità e generosità avrebbero dovuto portare a sedersi a quel tavolo per cercare mediazioni lungimiranti, concentrando il confronto sulle idee e non piegandolo agli interessi personali.
Invece si è voluto interrompere un percorso unitario in modo poco trasparente e con l’esibizione ostentata delle firme.
Ma oggi, più di ieri, resta aperta la vera questione: come ricostruire un Partito Democratico unito, credibile e capace di parlare alla città, che non sia ostaggio di logiche di rivincita o di inutili personalismi”, scrive Luca Mancini in una nota diffusa oggi.






