Poesia in dialetto, menzioni e riconoscimenti a livello nazionale per Andrea Lodovichetti

Andrea Lodovichetti, regista e sceneggiatore fanese, negli ultimi mesi ha ottenuto numerose menzioni e riconoscimenti in festival nazionali di poesia in dialetto. Nella maggiorparte dei questi, si tratta del componimento “L’incànt”, ritratto nostalgico e toccante dedicato alla pesca della tratta, che si snoda attraverso il racconto di un nonno al suo nipotino. Rentemente l’opera ha ottenuto la menzione d’onore del Presidente della giuria (Emiliano Poddi, scuola Holden) al concorso “Volta la carta” de L’Aquila, con la seguente motivazione: “…per aver dato alla parola ‘incanto’ – anzi, ‘incànt’ – lo spessore di un ricordo vivido e concreto. Un tempo, a Fano, si praticava la pesca della tratta. Lo racconta un nonno a un suo nipote, in un dialetto che fa rivivere marinai con le braccia come verricelli, abili manovre con le reti e il guizzare ‘de code, de uchiètt e de pìnn’…”

Nella giornata del 26 novembre, presso il Teatro delle Scuderie Granducali del palazzo Mediceo di Seravezza, Patrimonio Unesco, il medesimo componimento è stato insignito del “Diploma d’onore con menzone di encomio” al festival internazionale di poesia “Michelangelo Buonarroti”. Contestualmente, Lodovichetti risulta tra i finalisti della 30esima edizione del prestigioso “Concorso Gioacchino Belli 2016” – la cui cerimonia avrà luogo il 16 dicembre PV, presso la sala Protomoteca in Campidoglio a Roma, in presenza di cariche dello Stato e di noti esponenti della cultura nazionale.

E’ intenzione di Lodovichetti, per il 2017, raccogliere parte dei suoi componimenti in una pubblicazione dal titolo “El fugòn e la mulìca”: l’uno il simbolo per definzione di momenti di convivialità tutta fanese; l’altro l’ingrediente fondamentale della “rustìta”, tipico piatto di pesce della città della fortuna che si tramanda da generazioni. “E’ una cosa che compatibilmente con altri impegni intendo davvero realizzare. Ho scelto quel titolo perchè rimanda ad echi infantili di certe favole di Esopo e di Fedro. Erano favolette anche molto semplici, ma che riuscivano ad esprimere concetti profondi, universali, con la semplicità e l’ingenuità pura dei bambini. In questo caso, laddove per Esopo e Fedro era il mondo animale, lo spunto inizale sarà sovente correlato ad oggetti inanimati ma dietro i quali, ed in funzione dei quali, si aprirà un ventaglio di emozioni e di istanze assolutamente umane” – sostiene l’autore.

Fano, con le sue tradizioni, così come il passare del tempo e la memoria, sono elementi sentiti e ricorrenti in ogni componimento del regista che in più di un’ occasione ha rimarcato il proprio indissolubile legame con la città, sottolineando l’importanza del dialetto come l’espressione più viva di una comunità e del suo patrimonio artistico, sociale e culturale che deve essere preservato (e tramandato) ad ogni costo.

[…]

Sia giòvin, ancora, ma ascolta, se vùa:
el màr siamo noi, è da du è che sìn nùti
e se ‘sti ricord, i trasmèti ai fiòi tùa
la memoria de Fàn sarà eterna… e de tùti”.

Era le sètt, sètt e mèsa c’la sera
che’l venti de lùj, o forse el ventùn
ma la roba impurtànt, impurtànt per davèra,
è che dmàn che’l fiulìn sarà el nònn de qualcùn.

E giù la sasònia, fòrs in gàmbi d’na cunchìglia
arcuntarà ma ‘l nepòt sùa… de Fàn, del màr, la Meraviglia.

(Da: “L’incànt”, Andrea Lodovichetti 2016)

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